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Dalla terra del Sud, da una di quelle nostre antiche contrade disgraziate e misere del
Meridione, sorge forte e sicura la voce di un poeta: Ottaviano De Biase. Egli vive in
Santa Lucia di Serino, provincia ricca di castagni, d'acqua, di querce secolari e mitici
dirupi.
La silloge si snoda in quattro tempi, e ciascuno dei quali ha un significato preciso per
il poeta De Biase. Sappiamo che ogni poeta ha una sua, diciamo "storia
personale" e conoscerla è molto importante al fine di introdurci nella semiotica dei
versi; occorre ricostruire il Sé, cercando di capire l'"io narrativo" per
valutare la stessa opera poetica.
Ma chi è Ottaviano De Biase? Quest'uomo ha avuto vita avventurosa, il mare l'ha visto
itinerante come Ulisse per decenni. La sua vita è stata principalmente in relazione con
l'elemento marino, coi suoi silenzi, coi suoi tramonti nostalgici per quel che aveva
lasciato nella sua sventurata Serino, e così ogni nuova aurora è stata vissuta nella
riflessione della caducità dell'esistere, e non come speranza di un nuovo giorno di
resurrezione. Il mare restava "muto" nel silenzio impressionante.
Esaminando il vissuto del poeta ci avvediamo di questo inquietante dualismo, in un
leir-motiv di parole simbolo quali "morte/morire", "sole",
"mare", "vita", "croce", "solitudine",
"silenzio", "luce/i", "giorno/i". Ma occorre procedere con
attenzione analizzando questo linguaggio (voglio chiarire: questi codici linguistici) nel
contesto narrativo del vedere/ascoltare il Messaggio poetico di Ottaviano De Biase. Ora la
parola, quella parola simbolo via via si stende in un dialogo col mare (prima muto
ricordiamolo), con la sua donna, che non nomina, che potrebbe essere semplicemente un
archetipo, la Poesia stessa (o la Morte?). Questa incessaqnte motività di vita genera un
linguaggio originale e personale anche se, spesso, la ripetitività di alcune parole è
inutile per ciò che è stato detto. Tuttavia nel complesso dell'opera è proprio la
presenza di "questo linguaggio" che fa rivivere la dimensione ideativa del
poetare "con" e "per" la sua Serino.
Il De Biase, spessissimo, ha il bisogno di "rilanciare" l'emozione della
ripetizione dei morfemi, che, come indicato, talvolta divengono ossessivi per quel bisogno
incessante, quasi insano di "gridare" ciò che sente nella sua anima. Qui
talvolta esagera, ma una volta appropriatosi meglio dello strumento comunicativo favorirà
il poeta nel dire quel non plus ultra che è, senza dubbio, l'approdo dei grandi poeti.
Pertanto siamo davanti ad un linguaggio dinamico, teso ad evolversi, non ancora
assoggettato, evidente!, alle metafore, alle pulsioni amotive, all'intrinseca sofferenza
del poeta.
In Cammino di un uomo che si perde
c'è un'intensa relazione seduzione con la dispersione, un annullamento della fisicità
dell'uomo; la parola "cenere" ritorna con assordante ripetizione, unita a
solitudine e morte. Con inizi disperati quali: <<E dimmi,/ mie pupille...>>;
<<Ma dietro a quale segreto/ ci muoviamo/ noi tutti?>>; <<Allora/ il
giorno e la notte/ suoneranno impetuoso altro nulla...>>. C'è un fatto da valutare,
resta sospeso. Non è ben chiaro se il De Biase "si perde" come uomo che
tradisce la sua terra d'origine, o come deviazione da quella fede/ devozione tessuta e
ritessuta con la sua gente, ossia dalla chiesa, dalla tradizione. Ecco qui scaturire i
canti più sofferti e belli, nella testimonianza di "questo Dio".
Nella sezione La speranza del seme,
tutto è soffuso di malinconia, ritorna la riflessione; il dubbio è tramutato in
speranza, con versi bellissimi:<<E non te ne andare,/ prima abbiamo da nutrire il
tuo nome>>(VII). De Biase ha un continuum con la morte, considerata però non come
dispersione nel nulla, ma come genesi di uno status di "seme" donato, che
significa ed è interpretato dal poeta vita, la vita. Perciò insiste verso gli altri nel
messaggio: <<Sapete,/ i morti/ nella loro umana sofferenza/ non sopportano il
lamento/ dei vivi>>(XI). Infine troviamo barlumi turoldiani: <<E se è vero
che sull'atollo c'è Dio/ allora/ anch'io per la vita>>(X).
L'ultima parte Versi sparsi sui prati è
tesa al ritorno a Serino dopo il lungo e tenebroso itinerario nel dolore nella sofferenza,
nella nostagia e nella ricerca di una fede primigenia, e il poeta ci appare come Orfeo che
ritorna "dalla tomba degli uomini"(I). Il poeta ha visitato e visto: eccolo
quindi saper apprezzare maggiormente quel che ha: <<E rivive/ attorno alla tavola
del pane/ chi ci racconta i ricordi di ieri/ affinchè questo Sud/ possa un domani
riconoscersi>>.(I) Se avevamo un dubbio, ora è dissolto: De Biase porta con sé la
tragedia della dissoluzione politica, l'inerzia e l'ignoranza politica della sua gente che
ha dato il consenso a uomini corrotti e inetti. E' gente apolitica, nel senso che è stata
abituata ad esprimersi per costruire il "potere" altrui, e non per emanciparsi
da una condizione di svantaggio. Ed è in questa condizione di tanti (e sentita dal poeta
come colpa) che si dibatte e si erge il poeta di Serino nel grido: <<Sono tornato a
Serino,/ questo paese di acqua e di scaglie di montagna,/ per da mano ai più deboli/ e
sollevino il capo fin dove nessun fiore teme di pronunciarsi>> (V). E ancora,
annunciazione profetica: <<Ad un albero ho incatenato quel che resta della sera//
nelle mie catene di paglia/ e insieme al carro sonnolento nel fondovalle/ un altro al mio
posto parlerà>> (VIII).
Ora il poeta ha esorcizzato la morte tenebrosa di ieri per una mors di vita come dono
della terra dove germogliano sui prati erbe e fiori.
Il poeta sa che non può andare, deve rimanere qui, tra le acque, i castagni e le querce,
la sua esigenza in e per questa gente che dice il suo dolore e la sua storia nell'idioma
statico. De BIase è, resta, vive poeta nel legame ombelicale con questa contrada del Sud
per la quale, uomini come lui sono il sorriso delle nuove aurore che sorgono (o stanno per
sorgere) dalla nostra tribolata terra.
Renato Pigliacampo
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