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LAutore non è nuovo alla grande poesia. Lo abbiamo scoperto già nelle precedenti raccolte: Terra mia, Scaglie di Roccia, Incontri, La Speranza del Seme... Stavolta, però, egli fa un grande passo in avanti per la maturità linguistica, per i temi profondi del poetare; un grandioso "affresco" in cui i "colori" non sono più quelli del tribolato Sud, ma assurgono a messaggi prima criptici e poi via via sempre più espliciti per approdare ad una riflessione che ci coinvolge tutti. Cè un filo conduttore dal primo verso allultimo verso. La Valle è la madre, la culla. In De Biase cè sempre un abbraccio spaziale, bene circoscritto, può essere appunto la valle, il mare, la grotta dove è il Bambino Gesù, il monte, ma pure lo spazio affettivo delle braccia che volano verso la consorte. E poi cè il mare: il mare è la linfa, lalta ideazione, e al mare si collegano i principali lessemi; azzurro, alba (più e più volte ripetuto), diluvio... Cè pure una nitida poesia mnemonica di rancore. "Alle Elementari (scritto in maiuscolo, perché si comprenda bene) si pensava/ che non imparassi nemmeno a leggere!/ Mia lingua percorsa dal fuoco/ delle parole. Uomini di niente." (Cisterna, p. 24). Si costata un evidente conflitto tra il poeta e la sua gente, sapendo egli dappartenere allesigua percentuale della popolazione scampata al gioco del potere dei detentori di privilegi sociali e culturali di paese. Ora la poesia di De Biase diventa denuncia sociale, politica, rivoluzione. E non sempre riesce a stemperare il morso della miseria umiliante, della fame di ieri con la fede. Una fede comunque sia, naturale, di meraviglia francescana. "Ma il segreto che mi unisce/ a Dio, seppure disunisce,/ è dato da questi silenzi/ in cui la Natura/ si abbandona." (Rugiada, p. 29). Già nella stupenda lirica Rendi anche me foglia innocente, emergono chiare tracce turoldiane; ma mentre in Padre David Maria Turoldo il discorso poetico si fa trascendentale, diretto e conflittuale con Dio che non si "manifesta", in De Biase si resta ancorati ad una riflessione con la terra dei cafoni del Sud, con quelli particolari di Santa Lucia di Serino. Ecco il significativo rapporto col genitore (v. "Padre"). Vuole salvare almeno il genitore da questamara sottomissione. Dice: "... Tu, ignara creatura/ che va oltre e torna,/ talvolta ferito/ dalle mie manchevolezze/ tra grumi e muggiti/ raccogli diademi di gioia/ strappati ad un giorno orfano." (Padre, p. 32). Il padre diventa simbolo del Sud, una gioia faticata, se avuta, e sempre la dolorosa sofferenza: e alla presenza del figlio è questo dolore un affronto alla dignità umana. "Radici di terra. Quelli del Sud/ hanno scolpito in faccia linferno." ( Sciopero generale, p. 33). Ma il poeta non può scordare Santa Lucia di Serino né ciò che ruota attorno alle "radici". La sua sferza sono dei versi violenti, vendicativi, di denuncia. "Dopo anni di lotta e di fatica/ chi si dice comunista muore con se stesso/ e per mano di uno Stato cecchino." (Sciopero generale, p.39); o "Nella natura dei corrotti/ vecchi fantasmi incombono." (Le due sorprese, p.35); o " Siamo passeri in cerca dun giaciglio.// (...) "Soli a scavare tane alla notte.// (Sera, p.36). Il poeta è solo. "...La Morte/ è un carro senza guida/ (...)/ Erosi e deformi/ è come non avere nulla/ né di cielo e né di terra." (La Morte, p.43). La Morte diventa amica, confidente, ecco il significato del maiuscolo. In questa decadenza, sconfitta, al poeta non resta che la fede, una ricerca escatologica di "salvezza" (o rassegnazione estrema di imminente annullamento?). Forse. "...Il dolore, non altro compenso, il dolore." (p. 43). Pochi versi più avanti, in Speranza, troviamo un raggio di luce. Sempre aggrappato. lancora mare/madre, di mare/salvezza, di mare/approdo, e il poeta si riprende in unesplosione coi bellissimi versi: "Sei tuttora nel ventre di una rosa;/ mia culla, sole/ radioso del mio essere." (Speranza, p. 44). E il poeta, ormai vinto e deluso, incomincia quellitinerario di ricerca per approdare alla fede/speranza. Dice: "Il coraggio non si compra"; "Verità come alba..."; sino alla chiarezza/certezza delle parole ferme "...il cielo accende in terra/ lalba, dono di Dio"; "Tuttavia se la speranza dovessi perdere, allora/ ricordati di dire allunica rosa/ nel giardino di pungermi col suo/ abbraccio di nozze e di morte." (Acqua di fiume, p. 49). Cè da dire che la poesia manifesto di questo poeta, di questo testimoniatore è Irpinia. Qui il sentimento virile, il connubio di uomo/natura, la sofferenza/speranza, lumiltà/ribellione giungono ai vertici rendendo la voce poetica di Ottaviano De Biase fra le più limpide e veritiere della fine del secondo millennio della Campania, dico di più, dellintero Meridione. Infine non possiamo non annunciare quale alta poesia i seguenti vv. "Anche io chiedo al tempo di reggere/ quello che vado cercando,/ il profumo di una rosa/ di colei che si lasciò da me/ cogliere con dolore,/ non altro compenso con dolore,/ lintera valle si lascia morire." (Una rosa, p. 54). Qui, la propria donna, diviene strumento e rievocazione nellintimo contatto con la stessa natura: è un gioco dimmagine efficace, con pochi riscontri con altri poeti e scrittori contemporanei. Recanati. Dicembre 1998 Renato Pigliacampo. |